#IMCG

Il vento ululava tra le colonne spezzate, insinuandosi nelle fenditure della pietra consumata dal tempo, portando con sé l’eco di un passato dimenticato. Il mare, furioso sotto il cielo d’inchiostro, scagliava le sue onde contro la scogliera con una rabbia primordiale, il fragore simile a un ruggito soffocato. L’odore salmastro impregnava l’aria, insinuandosi nei polmoni come un presagio, mentre la luna, velata da nubi inquiete, gettava un pallido riflesso sulle rovine, deformando le ombre, facendole danzare come spettri inquieti.

Tra quelle pietre che un tempo avevano retto un tempio, un uomo attendeva.

Il suo mantello scuro ondeggiava come un’ombra viva, sollevato dalla furia del vento. La stoffa pesante si incollava alle sue spalle larghe, seguendo ogni linea del suo corpo come un’armatura di tessuto e silenzio. Non si muoveva. Non tremava. L’aria gelida che sferzava la scogliera sembrava non toccarlo, come se fosse parte stessa del paesaggio, una statua di carne e segreti scolpita nella notte.

Il suo volto, in parte celato dal cappuccio abbassato, era tagliato dalla luce lunare in un gioco di chiari e scuri: la linea dura della mascella, le labbra serrate in un’espressione imperscrutabile, e quegli occhi… due fenditure di azzurro glaciale che risplendevano con un’intensità innaturale. Non c’era emozione in quello sguardo, né impazienza né curiosità. Solo un’attesa silenziosa, inamovibile.

Poi, un suono.

Passi esitanti calpestavano il terreno irregolare, avanzando con cautela tra le rovine. Schegge di pietra si spostavano sotto il peso di uno stivale incerto, il ritmo diseguale, come se chi si avvicinava esitasse a ogni battito del cuore.

L’altro uomo emerse dall’ombra, la figura illuminata a tratti dai bagliori lunari che filtravano tra le nubi. La tunica che indossava, un tempo pesante e robusta, pendeva inzuppata dalle sue spalle, scivolando lungo il corpo come un sudario impregnato di pioggia. I capelli, ormai privi di forma, aderivano alla fronte, gocciolando sull’arco delle sopracciglia. Il volto era giovane, ma solcato da un’ombra profonda sotto gli occhi, segno di notti insonni e tormenti non confessati.

Si fermò a pochi passi dall’uomo incappucciato.

L’aria tra loro si fece densa, quasi palpabile, un filo invisibile che oscillava tra attesa e minaccia.

Fu il primo a parlare.

«Sei venuto.»

Le parole scivolarono nell’aria come un sibilo, basse, avvolgenti. Una voce che accarezzava e insieme feriva, simile al filo di una lama nascosta sotto un guanto di velluto.

L’altro esitò. Il respiro irregolare si mescolava al frastuono delle onde, il petto che si alzava e abbassava in un ritmo incerto.

«Non avevo scelta.»

Continua…

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